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Il Sentiero dei Nidi di Ragno

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5 Giugno 2009?

 
Oggi forse è il 5 giugno, o forse non lo sarà ancora fino a domani.
Ho perso minuti e secondi nel frenetico andare di questi miei attimi profondissimi.
E' molto che manco da qui. Mi sento a casa, però. Nonostante la mia casa non sappia più da molto tempo dove si trova davvero. Difficile, lo ammetto, il momento, la vita, le parole. E la morte, quella vera, che ti allontana dalla vita perché cancella il ricordo della vita che c'è stata; una volta, in uno strano srotolarsi di stagioni e foglie, di oggetti così quotidiani e muti che adesso sembrano non esserti mai appartenuti. Navigando tra questi simulacri perdo le tracce delle persone che di tracce pensavo ne avessero lasciate davvero. E invece scopro che ogni giorno perdo un pezzo di quella vita, che significava tanto per me e di cui adesso non conosco il sapore. Dico che mi mancherà, sì, mi mancherà, ma poi mi perdo a ricordare quel particolare di quella piccola macchia sulla guancia - era la destra o la sinistra? - oppure penso a come deve avermi detto, l'ultima volta che l'ho visto, di avere cura di me e di non litigare con Michael, mai.
Un mese fa è stato il tuo compleanno.
L'altro ieri ci siamo salutati.
E' stato difficile.
Il momento, la vita, le parole.
E già adesso perdo quello che è esistito dei tuoi particolari rudi, del tono dolce degli ultimi periodi; del tuo parlarmi di quei viaggi stupendi e del meravigliarti del fatto che potessi ascoltarti. Sognavo di essere stata in quelle savane e tra quelle genti, su una nave a sognare nuove onde, la perfezione di giardini giapponesi riprodotta nei quadretti in bianco e nero. Un pugno nello stomaco, la mia varicella fremente di eruttare, la pioggia continua, silenziosa ed il viaggio. Questo maledetto viaggio senza fine, che mi separa dalla mia vita, ma che preserva e tiene al caldo l'altra parte, quella veramente mia, della vita.
Non riesco a capire dove e come esistere, non riesco a trovare la strada giusta per emergere da questo letame di costrizioni e falsi sorrisi. Eppure sarebbe facile partire, scegliere la meta più lontana al mondo e ricominciare a vivere da lì. Senza avere niente, senza pretendere niente dalla vita. Semplicemente vivendo, carpendo la vita nelle foglie; ascoltando come la pioggia ci suggerisce di andare, e odorando di colori e colorandoci di fragole, farfalle e lamponi.
 
 
 
 

...e arriva la pioggia

...e arriva la pioggia. Senza lampi. Senza tuoni. Solo pioggia. E ticchetta sui tetti, suona secondo un'armonia di cui noi siamo ignari. E ci lascia il suo profumo di sottobosco.

I ricordi si fanno meno nitidi. Capelli corti, seduta sulle tue spalle, da bambina: una vita intera riassunta in una foto.

Mi mancherai, mi mancherà il tutti contro tutti, i gatti neri, le suonate pomeridiane al pianoforte. Vorrei poterti ripagare, vorrei poter pensare che questa pioggia, fitta, senza lampi e senza tuoni, possa non lavarci via, non trascinarci sui tetti ticchettando. Che possa lasciare almeno il nostro odore di sottobosco. Ma già sei troppo lontano, a fatica cerco di salutarti, con la mano aperta, in alto, dondolando. E di te mi resta soltanto una foto. 

Riflessioni post incazzatura

Ho sempre detto che non mi sarei mai pentita delle mie scelte, che la mia vita la rivivrei sempre e comunque nello stesso modo.

C'è una cosa che però non vorrei mai ripetere: ho pensato che le persone egoiste potessero diventare diverse se qualcuno avesse mostrato loro una strada diversa dalla loro, la strada della condivisione, dell'amore, del rispetto. Ho visto con occhi diversi solo per il bene che ho provato; ma, come dice il Maestro Oogway, il seme di un pesco diventerà un pesco, anche se noi desidereremmo fosse un melo o un arancio. Chi sa solo vivere per se stesso e per la propria soddisfazione, chi conosce solo i suoi diritti, chi concepisce solo i suoi stessi modi di amare e sorridere, non potrà sorridere e amare nessuno, più di se stesso. 

Per il resto, di certo, ripeterei tutto. Conoscerei di nuovo gli amici che, comunque sia andata tra noi, mi hanno regalato momenti in cui ho creduto di essere stata importante per loro. E conoscerei di nuovo te, Michael, che ogni giorno mi regali più sorrisi di quanti tu stesso ne possieda. E fai della tua la mia tenerezza.

"Fammi un sorriso dei tuoi"

Sognerei per te una vita diversa da questa vita fatta di stenti, di piccole carezze che appena dischiuse ti appassiscono negli occhi.

Hai scritto che un'eternità ci avrebbe divise, forse per sempre. Ma, Giorgia, i treni sono solo ruote che mi portano da te, e da te mi allontanano. Ed esisto sempre in te e con te; ci unisce molto più di una distanza colmata: siamo le stesse parole, gli stessi pensieri. Strette in una lacrima, insieme per una discesa vorticosa che ci porterà chissà dove. Forse ci spegneremo su una guancia, o forse cadremo, senza paura danzeremo nell'aria che ci sfida e ci ferisce.

Hai paura, lo so, ne ho anch'io... ma niente può farti del male, niente può sfidarti, ferirti, travolgerti davvero. Avremo fiato, e foglie come piume; avremo cieli fioriti di barlumi, e pace, finalmente pace, nei nostri sogni.

Ti voglio bene, sorellina.

la mia casa

la mia casa non ha più le pareti. le finestre sono andate in frantumi. qualcuno ha divelto le porte, qualcuno ha rubato i ricordi appesi al camino. il camino non c'è più. il natale non è più una festa che va di moda. d'estate lavoriamo anche di domenica. il mare è scomparso. la luna non è più la stessa luna. non sorridiamo più perché i sorrisi accentuano solo le nostre rughe.

Sembra che tu sia da solo la mia ancora. Sembra che un mondo solo in due possa essere il nuovo mondo. Portami nel tuo, accompagnami nel mio, spento.

Fa' che possa chiudere gli occhi e ricostruire quelle pareti, ed i ricordi; fa' che il natale sia natale, e la luna sia, da sola, la stessa luna. Fa' che l'estate sia fatta d'estate, e i sorrisi siano delle rughe profondamente belle. Per questo, e per il Cyrano delle persone come noi, per le cenette di fine mese, per i bigliettini artistici, per le smorfie, le risate, la consapevolezza di noi e dei nostri sempre, grazie.

 

Fiaba

 

C'era una volta l'ultima persona al mondo che aveva creduto in una fiaba.

Viveva ancora sulla Terra, disabitata, in una casa piccolissima, senza porta d'entrata, solo una finestra dalle persiane rosse; una finestra quasi sempre socchiusa, affacciata su una spiaggia fatta solo di sassi neri, su un mare ciondolante e distratto che cullava i resti delle sue misere creature scomparse, e, di notte, su una luna cambiata, pallida come chi sbatte la faccia contro la morte. Viveva, sì, nonostante non avesse più di che sfamarsi, viveva con quei pochi spiragli che sgorgavano dalle imposte semichiuse, senza più sperare di potersi inondare come una volta di quel tenue tepore ormai sconosciuto al sole, gladiatore scalpitante dalle mani invecchiate, dispensatore dall'alba al tramonto di braccia feroci e assassine.

I suoi cari si erano addormentati per sempre sul suo collo, pensando che solo un sonno potesse esser fatto ancora di sogni.

Voleva seguirli, perdersi nella polvere di perle che un ultimo respiro libera nell'aria, e vorticosamente ridiscendere sulla terra; trovare così il suo riposo più celeste, come un corpo trova il suo, quando alla fine di una battaglia, si posa, e dorme, su di un altro corpo; un altro corpo che ha del suo lo stesso colore di destino, lo stesso odore di cammino. Lo siamo stati tutti, almeno una volta, soldati avvolti in una notte serena, in trincea, così vicini da confondere gli uni con gli altri i dolori delle nostre ferite, i nostri amuleti più miseramente preziosi; così vicini da pensare che la guerra si sia ormai richiusa tremante proprio in quella notte, nel suo abbraccio estenuante.

Voleva seguirli, ma non riusciva ad addormentarsi. Sperava ancora che un amico fraterno, disperatamente alla sua ricerca, riuscisse ad irrompere dalla sua finestra rossa, e finalmente raccontargli una fiaba che potesse conciliare il suo sonno stremato.

Ma quell'amico forse era morto, o forse viveva vagando senza meta nell'universo, e, nella fretta di lasciare il suo vecchio appartamento al quinto piano, alla ricerca di fortuna lontano da un pianeta che non potesse più fornirgliene, si era dimenticato di portare con sé una briciola, un legame, una sola lettera, di una sola parola che valesse la pena di ricordare; avendo perso ogni tipo di memoria del suo povero passato polveroso, vagava, come ogni altro superstite terrestre, solitario, avendo coscienza solo di se stesso, cercando altrove la possibilità dell'esistenza di una forma di vita in qualche modo simile alla sua.

Ma quelle parole, che non avevano trovato spazio in una sola valigia, le parole di una fiaba inenarrabile, erano cadute secche sull'asfalto deserto di macchine e di traffico sbuffante.

Come poteva sapere che nessuno al mondo, ormai, avrebbe saputo raccoglierle e riporle nel proprio fagotto? Come poteva immaginare che nessuno, mai più, avrebbe avuto le parole per raccontare una fiaba?

Questa è la mia fiaba per te, che non luccica di fate e bei finali, ma che di fiaba ha il suo "c'era una volta", e di fiaba ha delle parole, minime, raccolte di fretta tra vecchi mobili di legno, invasi da nascosti cunicoli minuti e disabitati, raccolte sul pavimento di una casa spettrale che conserva poche testimonianze dei suoi antichi abitanti: una finestra socchiusa; qualche magnete; un frutto invecchiato, inginocchiato, rugoso spettatore dormiente. Prima di partire ho posato gli occhi sulle tue stesse parole, sono saltate nella mia valigia rossa. Spero che il viaggio non porti troppo lontano, spero che il tuo, il mio sonno, adesso, possano farci credere, invano, che la guerra si sia spenta in queste nostre grotte. Per sempre, buonanotte.

Luna di città d'agosto

 
Ti chiederei di chiudere queste mani in queste braccia, ti chiederei le pareti celesti di casa mia, quei visi, dischiusi in quei sorrisi. Ti chiederei di poter dimenticare i ricordi che ho creduto per sempre di poter ricordare. Esiste solo per noi due questa nostra notte.
Notte nel pieno sole del giorno.
Notte che muore ma già nasce all'alba.
Notte di stelle nate già spente.
Ti chiederei se questa notte può inghiottirci, lasciare nulla di noi, se non il bagliore di uno spiraglio per te e il barlume di un povero ricordo, per me.

La Sirenetta di Andersen


"La strega rideva così sguaiatamente che il rospo e i serpenti caddero a terra e lì continuarono a rotolarsi. «Arrivi appena in tempo!» riprese. «Domani, una volta sorto il sole non potrei più aiutarti e dovresti aspettare un anno intero. Ti preparerò una bevanda, ma con questa devi nuotare fino alla terra, salire sulla spiaggia e berla prima che sorga il sole. Allora la tua coda si dividerà e si trasformerà in ciò che gli uomini chiamano gambe. Soffrirai come se una spada affilata ti trapassasse. Tutti quelli che ti vedranno, diranno che sei la più bella creatura umana mai vista! Conserverai la tua aggraziata andatura, nessuna ballerina sarà migliore di te, ma a ogni passo che farai, sarà come se camminassi su un coltello appuntito, e il tuo sangue scorrerà. Se vuoi soffrire tutto questo, ti aiuterò!»«Sì» esclamò la principessa con voce tremante, pensando al principe, e all'anima immortale.«Ma ricordati» aggiunse la strega «una volta che ti sarai trasformata in donna, non potrai mai più ritornare a essere una sirena! Non potrai più discendere nel mare dalle tue sorelle e al castello di tuo padre; e se non conquisterai l'amore del principe, cosicché lui dimentichi per te suo padre e sua madre, dipenda da te per ogni suo pensiero e chieda al prete di congiungere le vostre mani rendendovi marito e moglie, non avrai mai un'anima immortale! e se lui sposerà un'altra, il primo mattino dopo il matrimonio il tuo cuore si spezzerà e tu diventerai schiuma dell'acqua!»«Lo voglio ugualmente!» disse la sirenetta, che era pallida come una morta."

Piove


In Due

«Aiutami» e si copre con le mani il viso
tirato, roso da una gelosia senile,
che non muove a pietà come vorrebbe ma a sgomento e a [orrore.
«Solo tu puoi farlo» insistono di là da quello schermo
le sue labbra dure
e secche, compresse dalle palme, farfugliando.
Non trovo risposta, la guardo
offeso dalla mia freddezza vibrare a tratti
dai gomiti puntati sui ginocchi alla nuca scialba.
«L'amore snaturato, l'amore infedele al suo principio»
rifletto, e aduno le potenze della mente
in un punto solo tra desiderio e ricordo
e penso non a lei
ma al viaggio con lei tra cielo e terra
per una strada d'altipiano che taglia
la coltre d'erba brucata da pochi armenti.
«Vedi, non trovi in fondo a te una parola»
gemono quelle labbra tormentose
schiacciate contro i denti, mentre taccio
e cerco sopra la sua testa la centina di fuoco dei monti.
Lei aspetta e intanto non sfugge alle sue antenne
quanto le sia lontano in questo momento
che m'apre le sue piaghe e io la desidero e la penso
com'era in altri tempi, in altri versanti.
«Perché difendere un amore distorto dal suo fine,
quando non è più crescita
né moltiplicazione gioiosa d'ogni bene,
ma limite possessivo e basta» vorrei chiedere
ma non a lei che ora dietro le sue mani piange scossa da
[un brivido,
a me che forse indulgo alla menzogna per viltà o per
[comodo.
«Anche questo è amore, quando avrai imparato a [ravvisarlo
in questa specie dimessa,
in questo aspetto avvilito» mi rispondono, e un poco ne ho [paura
e un po' vergogna, quelle mani ossute
e tese da cui scende qualche lacrima tra dito e dito
[spicciando.

Mario Luzi



Per Aristofane un tempo gli uomini erano perfetti: uniti in due, con quattro braccia, quattro gambe, due visi.
Il loro grande orgoglio li portò presto a scontrarsi con gli dei e Zeus, per indebolirli, li tagliò in due.
Ognuno, da allora, cerca disperatamente l'unione con l'altra parte originariamente sottrattagli, per potersi sentire così meno tristemente imperfetto.
L'amore è però poco spesso poesia. Eppure quelle lacrime dovrebbero essere tue per metà, e quelle parole, quelle piccole rose già appassite, dovrebbero valere ancora per te almeno un odore, un sapore. Ma "non resta che qualche svogliata carezza", e io dico, non resta nessun rimpianto per chi si abbandona all'arsura, per chi di questa fragile perfezione non sa che farsene. Vince la metà più forte, quella che sa piangere solo per se stessa, che copre le sue rughe perché le vede così terribilmente orribili, ma finisce per coprirne alcune che sanno di vita, di fango, di pioggia, di sole e di notte. L'altra parte, tremante, stremata, pensa di poter morire di stenti. Quella vincente invece continua a nitrire furiosa e traboccante di vita; ma dentro è già un crepitìo di spiragli, e bruciano le sue povere piume e le sue vesti da festa, e muore la poesia che una volta dava colore al calore dei suoi occhi.

Eppure qui, in questi spazi lontani da ogni tempo, una lacrima è ancora la nostra; e nostre, le nostre profondissime rughe.






dalle bozze del laboratorio di scrittura....


Identikit

Che gli occhi siano lo specchio dell’anima, io avrei qualche dubbio.

Sono convinta invece che esistano mezzi più efficaci: mattiamo ad esempio che mi trovassi nella hall di un albergo; noto immediatamente una donna di mezza età, capelli lisci, neri, raccolti compostamente in una bacchetta in legno scuro, tailleur gessato, scarpa elegante, nera, a punta, e tacco a spillo. Noto anche che guarda fisso verso il televisore, e ad intervalli regolari, con la coda dell’occhio, osserva un ragazzo buttato scompostamente sul divano di fronte. Guardandola meglio mi accorgo che ha gli occhi sulla sigaretta accesa di lui, che gli penzola tra indice e medio della mano destra. “Villano – immaginate che stia pensando tra sé e sé – non sa che ormai dopo Sirchia qui dentro non si può fumare?”. E invece ecco che, dopo l’accavallare lentissimo della gamba destra sulla sinistra, facendo timidamente capolino tra pantalone gessato e scarpa elegante, il GAMBALETTO COLOR CARNE.

Penserete: e cosa c’entra adesso il gambaletto color carne? Beh, il GAMBALETTO per me è un’Insormontabile Istituzione Romantica, e il COLOR CARNE, un chiaro avvertimento: c’è un punto attraverso il quale potrei essere accessibile.

E allora immagino che fissando il televisore in realtà stia pensando ad altro, forse al minestrone salato di un paio di giorni prima, bocciato senza scampo dagli altri commensali, ma che a lei non era del tutto dispiaciuto…

E forse, mentre fissa la sigaretta accesa del ragazzo di fronte, sta pensando: “Sirchia, che tu sia maledetto!”

 

Parole Nuove


Parole seppellite, dimenticate, sferzate da venti incostanti, "vecchie" perché per qualcuno sei "vecchio" tu: distuggiamole insieme. Facciamo in modo che non ne rimanga traccia, di queste povere emozioni da clown.

Rimaniamo noi, piccoli mondi vicini, con i piedi nel fango e la fronte immersa nelle nuvole; noi, soli, piccoli, di fronte ad una folla di grandi dottori dai trascorsi scabrosi, campioni di adipe duro aggrappato sull'anima. Noi, soli, piccoli, di fronte ad una folla di personalità affette da grandi passioni; passioni insipide e pallide, ma ricoperte da strati di cartapesta rosa confetto.
Sulle rovine di parole, ne rinascono di nuove.
Se c'è un motivo, io voglio curarmi di queste piccole stelle.

 

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Amo

Sara Spinosa

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