| Sara's profileIl Sentiero dei Nidi di ...PhotosBlogListsMore |
Fiaba
C'era una volta l'ultima persona al mondo che aveva creduto in una fiaba. Viveva ancora sulla Terra, disabitata, in una casa piccolissima, senza porta d'entrata, solo una finestra dalle persiane rosse; una finestra quasi sempre socchiusa, affacciata su una spiaggia fatta solo di sassi neri, su un mare ciondolante e distratto che cullava i resti delle sue misere creature scomparse, e, di notte, su una luna cambiata, pallida come chi sbatte la faccia contro la morte. Viveva, sì, nonostante non avesse più di che sfamarsi, viveva con quei pochi spiragli che sgorgavano dalle imposte semichiuse, senza più sperare di potersi inondare come una volta di quel tenue tepore ormai sconosciuto al sole, gladiatore scalpitante dalle mani invecchiate, dispensatore dall'alba al tramonto di braccia feroci e assassine. I suoi cari si erano addormentati per sempre sul suo collo, pensando che solo un sonno potesse esser fatto ancora di sogni. Voleva seguirli, perdersi nella polvere di perle che un ultimo respiro libera nell'aria, e vorticosamente ridiscendere sulla terra; trovare così il suo riposo più celeste, come un corpo trova il suo, quando alla fine di una battaglia, si posa, e dorme, su di un altro corpo; un altro corpo che ha del suo lo stesso colore di destino, lo stesso odore di cammino. Lo siamo stati tutti, almeno una volta, soldati avvolti in una notte serena, in trincea, così vicini da confondere gli uni con gli altri i dolori delle nostre ferite, i nostri amuleti più miseramente preziosi; così vicini da pensare che la guerra si sia ormai richiusa tremante proprio in quella notte, nel suo abbraccio estenuante. Voleva seguirli, ma non riusciva ad addormentarsi. Sperava ancora che un amico fraterno, disperatamente alla sua ricerca, riuscisse ad irrompere dalla sua finestra rossa, e finalmente raccontargli una fiaba che potesse conciliare il suo sonno stremato. Ma quell'amico forse era morto, o forse viveva vagando senza meta nell'universo, e, nella fretta di lasciare il suo vecchio appartamento al quinto piano, alla ricerca di fortuna lontano da un pianeta che non potesse più fornirgliene, si era dimenticato di portare con sé una briciola, un legame, una sola lettera, di una sola parola che valesse la pena di ricordare; avendo perso ogni tipo di memoria del suo povero passato polveroso, vagava, come ogni altro superstite terrestre, solitario, avendo coscienza solo di se stesso, cercando altrove la possibilità dell'esistenza di una forma di vita in qualche modo simile alla sua. Ma quelle parole, che non avevano trovato spazio in una sola valigia, le parole di una fiaba inenarrabile, erano cadute secche sull'asfalto deserto di macchine e di traffico sbuffante. Come poteva sapere che nessuno al mondo, ormai, avrebbe saputo raccoglierle e riporle nel proprio fagotto? Come poteva immaginare che nessuno, mai più, avrebbe avuto le parole per raccontare una fiaba? Questa è la mia fiaba per te, che non luccica di fate e bei finali, ma che di fiaba ha il suo "c'era una volta", e di fiaba ha delle parole, minime, raccolte di fretta tra vecchi mobili di legno, invasi da nascosti cunicoli minuti e disabitati, raccolte sul pavimento di una casa spettrale che conserva poche testimonianze dei suoi antichi abitanti: una finestra socchiusa; qualche magnete; un frutto invecchiato, inginocchiato, rugoso spettatore dormiente. Prima di partire ho posato gli occhi sulle tue stesse parole, sono saltate nella mia valigia rossa. Spero che il viaggio non porti troppo lontano, spero che il tuo, il mio sonno, adesso, possano farci credere, invano, che la guerra si sia spenta in queste nostre grotte. Per sempre, buonanotte. Comments (6)
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